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San Colombano Belmonte. Usi e consuetudini della parrocchiale nel XVIII secolo
Oliviero Cima
"La chiesa parrocchiale di questo luogo di S. Colombano è stata edificata nel tempo del fu Pievano Cesare Bollatino (prevosto dal 1731 al 1753) da questa Comunità e sempre fu provvista e mantenuta dalla medesima". Così comincia un interessante documento presente nell’archivio parrocchiale di San Colombano Belmonte. Si tratta di un libretto redatto a cura di Gio. Pietro Ruatto (prevosto dal 1785 al 1800) e riportanti consuetudini e notizie relative a quell’epoca. Racconta principalmente delle "Memorie degli usi, stili e consuetudini, che da sempre si praticavano e tuttora sussistono in questa Parrocchiale di S. Colombano".
Vengono inizialmente elencate alcune pratiche di carattere ovviamente religioso che tuttavia permettono di comporre uno spaccato sociale, per quanto limitato, della vita di una Comunità contadina del profondo Piemonte sabaudo in una fase storica cruciale per l’Europa che assisteva al successo della rivoluzione francese.
Il testo, redatto senza fronzoli, inizia trattando delle Compagnie di carità sostenendo che "..sono tre, la Compagnia della Cintura, la Compagnia del Rosario, e la Compagnia del S.S. Sacramento, e hanno sempre provveduta la cera per tre Domeniche di ciascun mese, ..[..] Inoltre esse Compagnie han sempre provista la cera in tutte le maggior solennità dell’anno, cioè nelle feste del S.S. Natale, della Purificazione di Maria Vergine [..] della Domenica di Pasqua, della Domenica di Pentecoste, del S.S. Corpo del Signore inclusivamente all’Ottava e nella festa del Titolare e Patrono S. Grato in cui costumano esse fare il solito apparato a costo della sua cera .. ". L’esatto regolamento che stava a monte del fondamentale fabbisogno di candele, precisa poi che ".. eccettuata la seconda e la quinta qualor vi è, perché in queste due Domeniche vi ha sempre provista il Parroco." Come in "..Tutte le altre feste che occorrono alla settimana nel corso dell’anno [..] come si è sempre praticato secondo la convenzione seguita tra il Parroco e la Comunità".
Evidentemente si tratta delle uniche organizzazioni presenti all’interno della Comunità che, stando a quanto ci riferisce don Ruatto, assumono un ruolo fondamentale in quanto partecipano alle spese per le funzioni religiose. Seguono poi alcune annotazioni riguardanti le principali pratiche religiose che bene illustrano le modalità dei singoli eventi: "Nell’amministrazione del Battesimo il Parroco provede una di quelle candele benedette che egli ha ricevute nella Festa della Purificazione di M.V. e si tiene accesa in tutto il tempo del suddetto Sacramento, è poi obbligata la partoriente quando si presenta per la benedizione del parto a dare soldi cinque al Parroco; Se si porta accesa la candela dalla Chiesa alla casa insieme al battezzato è obbligata la suddetta a dare soldi dieci quando viene ella a restituire la suddetta candela nell’occasione della suddetta Benedizione e questa si è un uso antico..". Segue poi che "Circa i Matrimoni si pratica secondo l’uso universale, cioè si esigono soldi dieci per ciscuna fede che abbisogni lo sposo, o la sposa, e soldi trenta per le Dinuncie.
Quello che però vi è di particolare in questa Parrochiale si è che all’occasione che il Parroco assiste a ciascun Matrimonio è la sposa tenuta a dare al medesimo un fassoletto del valore di soldi trenta, oppure in luogo del fassoletto soldi trenta.." e qui l’esemplificazione diventa perentoria ".. come ha fatto, Gio. Batta Brajda, ed altresì nel 1787 li 5 giugno Domenica moglie di Gio. Sola abitante in Napoli mi diede soldi trenta per aver io rifiutato un fassoletto di piccol valore, allor quando sua figlia Maria Anna prese marito Gio. Maria fu Pietro Corio di Valperga.
E questo era già in vigore nel tempo de’ miei antecessori." A chiudere le tre tappe fondamentali dell’uomo troviamo che "Circa le sepolture secondo l’uso comune, cioè Lire una per torchia con questa differenza, che quando si tengono accese le torchie alla Messa cantata presente cadavere, vi è consuetudine antica che si prendono soldi cinque di più, cioè soldi venticinque per torchia.
Circa l’emolumento vi è lo stile che solo per li capi di casa si paga non più che soldi dieci. Non godono poi di questo privilegio i forestieri; onde quando occorre di aventi a dare sepoltura ad uno di questi si osserva l’uso comune cioè si pagano lire quattro di emolumento prescindendo dalla residenza in questa Parrocchiale di continuato di anni dieci. In quanto poi alle sepolture dè corpi piccoli non c’è emolumento solo si pagano lire due per quattro candele ordinarie di tre in quattro oncie, onde vengano accompagnati tali corpi. Circa poi li corpi piccoli che non sono parrocchiani ho costumato di prendere una lira d’emolumento oltre le due per le quattro candele." Nell’esposizione di don Ruatto traspare una società modesta, di pochi mezzi, ma soprattutto una mentalità severa e compassata fatta di regole precise e di obblighi imprescindibili.
Tutte le funzioni vengono riportate con la precisione di un ragioniere, sezionate in tante parti, ognuna con il suo prezzo accanto. Se da un lato questo può anche essere il comodo prontuario di un solerte prete alle prese con i conti da far quadrare, dall’altra non può non colpire l’asetticità delle espressioni e l’assoluta mancanza di casistica riguardanti le famiglie povere o in difficoltà, nel caso che non avessero il denaro sufficiente per un battesimo, un matrimonio o una sepoltura.
Le regole indicate per le esequie di un forestiero evidenziano poi una mentalità da comunità chiusa, in cui chi arriva da fuori è visto sempre con una certa diffidenza. Nella prosecuzione delle annotazioni riportate si apprende altresì che le manifestazioni religiose durante l’anno erano numerose e tutte onerose. "Circa le Messe cantate nella Chiesa Parrocchiale con Benedizione del Santissimo Sacramento vi è fissata limosina di soldi trenta , nelle feste poi dè Patroni e Compatroni vi è una maggior limosina perchè nella festa del Protettore S. Grato i priori di esso sono obbligati di pagare lire due con l’obbligo al Paroco di cantare la Messa all’ora solita delle feste di precetto, ed il Vespro con benedizione del Santissimo alla sera.
Pella festa di S. Colombano che cade il 22 novembre si pagano dalla Comunità di questo luogo lire tre coll’obbligo di fare come nella festa di S. Grato. Per la festa di S. Vincenzo De’ Paoli, in cui si fanno le medesime funzioni di sopra si pagano da Priori d’esso santo lire due; Per la festa di S. Rocco cantandosi la Messa nella propria Capella ed il Vespro con Benedizione del Santissimo alla sera nella chiesa Parrocchiale si pagano dalli Priori del medesimo santo lire tre.
Per la festa della filisola che cade li 8 settembre sono fissate lire diciotto da pagarsi dai Priori che annualmente si eleggono, cioè lire nove per la novena che si premette alla festa in cui ogni sera per nove giorni avanti la medesima si va processionalmente alla Capella con la Benedizione dl Santissimo Sacramento dopo lire nove per le funzioni Parrocchiali che si fanno in detta Capella con la licenza del Superiore Ecclesiastico da confermarsi ogni anno .." enumerando poi via via di seguito tutte le specifiche funzioni, cantate o meno, fino a prevedere che "..quando poi per qualche bisogno d’una grazia si fanno Novene alla Madona, cioè si fanno processioni alla Capella della Filisola per nove giorni con la benedizione del Santissimo Sacramento subito dopo, come si pratica, o siano ordinate dalla Comunità o da Particolari, sono tassate lire nove secondo la consuetudine antica."
Al fondo di questo libretto si conservano poi ancora alcune annotazioni interessanti, che riguardano le celebrazioni da effettuarsi il 2 novembre oltre alle informazioni sulle collette dovute alla parrocchia "..Nella commemorazione de fedeli Defunti si canta la Mezza con Benedizione un poco prima del levar del sole.
Dopo la Messa il Paroco vestito con cotta e stola negra va alla porta della chiesa, cioè si trattiene nel banco che vi si trova dietro ad essa per ricevere le offerte delle castagne verdi , delle limosine di messe e di tutto quel denaro che vien dato dà Parrocchiani per li Deprofundis e Libera me ec. che da Cantori in Coro si cantano sino al mezzogiorno per li Defunti di quelli che hanno offerto il suddetto denaro [..] Circa la quantità delle castagne offerte in tal occasione da Particolari sono ora otto ora dieci emine secondo le annate.
Quanto poi al denaro otto circa, o nove lire. Vi è uno stile antico che il Paroco alla mattina da una colazione a Cantori e al mezzodì un pranzo frugale; alla sera poi egli da una cena a Comunisti (leggasi Amministratori comunali), i quali vengono prima invitati. [..] Quanto alle Colete spettanti al Parroco vi sono tre colete da farsi, della segala, del vino e delle castagne secche. Circa la segala vi è l’uso che i Particolari, che la danno da sbattere, chi due, chi tre, taluno ancora quattro piccoli fasci quali sbattuti rendono ordinariamente sei, talvolta sette emine. Circa il vino ordinariamente quattro in cinque brente , ben di rado supera tal numero.
In quanto poi alle castagne secche ora solo due, ora tre, ben di rado quattro emine . Per qual motivo abbia il Paroco queste sudette colette non so se tengan luogo di decime imposte nell’istituzione di questa parrocchiale, oppure per l’assistenza dè temporali."
E’ interessante verificare, attraverso la quantità di decime raccolte, quale era la disponibilità media delle famiglie in quanto è facilmente intuibile che avessero all’incirca tutte lo stesso tenore di vita.
Risulta che più di cento famiglie riuscivano a malapena a mettere insieme poco più di un quintale di segala e addirittura meno della metà di castagne secche. Ad ulteriore riprova che a quel tempo la Comunità di S. Colombano sopravviveva con grande difficoltà possiamo esaminare l’annotazione riguardo alle Compagnie di Carità ed al preciso regolamento circa le spese da sostenere nelle varie funzioni.
Oltre ad essere il primo argomento registrato, lascia facilmente intuire che la provvista della cera fosse una delle voci di spesa principale, certamente onerosa per l’intera comunità.
Si apprende inoltre che il fornitore delle candele provvedeva anche al recupero della cera residua che evidentemente serviva per essere rifusa ".. è stata pesata la cera mocca la quale è di libre 13 ed è stata pagata dal Ceraro sig. Gherze a soldi trenta per caduna libra, e riporta lire 19,10..".
La presenza di ben tre Compagnie di Carità in un paese che all’epoca constava all’incirca di 400 anime se sottolinea da un lato l’alta partecipazione sociale con i necessari contributi annuali da parte dei capi famiglia, viene esplicitato che non riescono formare una Congragazione di Carità efficace.
Le diverse annotazioni riportate nel libro dei conti indica che gran parte del sostegno ai bisognosi era fornito dalla chiesa attraverso lasciti esterni spesso derivanti da famiglie nobili o benestanti e dalle medesime gerarchie ecclesiastiche"..ho ottenuto lire cinquanta da monsignor Arciano di Torino da distribuirsi ai poveri di questo luogo [..] distribuiti da me poco per volta a misura che occorreranno i bisogni..", e ancora "Li 27 genaro (1792) ho ricevuto dal Signor Conte Civrone lire ventiquattro, le quali si debbono distribuire a poveri di questo luogo .." oppure "..ottenni io per lettera di Sua Eccellenza Signor Conte di Valperga di Masino lire trenta da distribuirsi ai poveri più bisognosi di questo luogo.." a cui segue sempre l’elenco dettagliato con l’indicazione se poveri o infermi e si scopre che spesso erano distribuiti direttamente " .. micconi di pane di segala, .. minestra, carne porcina e roba da mangiare..", e talvolta anche ".. ad un povero un paio di scarpe da lire 0,15..".
La comunità presenta un elevato numero di indigenti, infermi e poveri a cui a più riprese bisogna garantire almeno la sopravvivenza, in anni che si intuisce essere particolarmente difficili, soprattutto nei mesi invernali.
Sul disagio patito dal parroco quale unico referente di una comunità genericamente povera e senza strutture è significativa la presenza di due bozze di lettera da inviarsi ai superiori a Torino in cui si fa notare in particolare che ".. l’essere solo ed avere bisogno d’intanto in tanto di richiedere altri ministri in mio sollievo con gravame non indifferente e specialmente in casi di qualche mia infermità, non provvedendosi da questa comunità neppure di un Maestro di scuola.
Il non esservi in questa Commune alcun obergi né osteria la parrochia resta gravata da ogni persona di considerazione per l’ospitalità, e questo ben soventi, e con grande aggravio. La quantità dei poveri e la debolezza della congragazione in un paese di montagna e povero di natura, che obbliga un Parrocho necessariamente a spogliarsi del suo necessario..".
Eppure stante a quanto riportato nell’elenco dei beni di proprietà parrocchiale risulta che possedeva, in diversi appezzamenti di cui fornisce l’elenco, circa cinque giornate piemontesi di prato, sei mantenute a castagneto, quasi 4 ad alteno (campo sormontato da vigna), sessanta tavole a solo coltivo, mentre quasi nulla risulta essere a bosco, ossia solamente circa una dozzina di tavole.
In più don Ruatto specifica che bisogna aggiungere una serie di legati, ovvero di obbligazioni verso la parrocchia, sia in natura di censi annui da versarsi dall’usufruttuario del fondo "..sovra una pezza d’alteno, prato, campo e castagneto di giornate due circa…Giuseppe fu Gio.
Pietro Vayra d’obbligato a pagare annualmente l’interesse di lire 6..", sia come rendita derivante da somme ricevute per la celebrazione di messe in perpetuo e impiegati al monte di pietà ".. ho ricevuto lire cinquanta dal sig. Ferreri di Valperga per una messa bassa all’anno in perpetuo alla Capella della Filisola e ne ho fatto l’impiego sui Monti di pietà ..".
In questo è curioso verificare che lui stesso versa "..lire cento per una messa cantata con benedizione nel giorno del decesso di me Gio. Pietro Ruatto .."
A onor del vero qualche sforzo questa comunità lo ha certamente sostenuto essendo che "..circa la casa parrochiale una buona parte n’è stata costrutta per richiesta del fu Prevosto Decaroli a spese della Comunità come consta dà Causati, cioè camere quattro, due di sopra e due di sotto;" e che "nell’anno 1789 è stato comperato un casiamento assai conveniente ed utile sia per dar ricovero al Massaro per cui si doveva pagare il fitto, sia per avere una più comoda crotta dovendosi servire i parrochi antecessori d’una crotta rimota dalla casa parrochiale e attigua alla fabbrica della Comunità, la quale ora serve per il Massaro..[..] e nello stesso tempo che si fecero diverse riparazioni al suddetto casiamento necessarie si costrusse una stalla attigua alla sala, dove evanvi le tine.." Sappiamo, al riguardo, quanto è costato l’acquisto dello stabile e anche le spese per i principali interventi ".. Per la compera fatta dalle due nipoti di Gio. Batta Roscio lire 66, per le riparazioni, di maestranza 15, per le tegole numero 500 lire 15, per la calcina numero somata una lire 3, per chiodi numero libre 7 lire 2,15, per la arena necessaria alla suddetta fabbrica e alla stalla numero emine seicento, un soldo per ciascuna emina ..".
Per quest’ultima acquisizione ha provveduto direttamente la parrocchia essendo che ".. per fare tale pagamento si è ottenuto dal Superiore Ecclesiastico la permissione di atterrare diversi alberi infruttiferi de beni parrochiali come si esegue..". Di estremo interesse, anche per meglio comprendere i guadagni e le pratiche connesse ai vari contratti di lavoro, è l’annotazione dove veniamo a sapere che "..per far tagliare una pianta Lire 1, 10 oltre due pinte di vino, per farla ridurre in balaustri (pezzi di lunghezza regolare) lire 3..". Questo dunque è il guadagno di un boscaiolo, mestiere all’epoca certamente diffuso, per tagliare e segare un albero che supponiamo di medie dimensioni.
Allo stesso modo apprendiamo che per l’esecuzione dei lavori spesso al salario si accompagnava la fornitura di derrate alimentari ".. più al Mastro Rivoira (mastro da legno) accordato a lire 12 più una boteglia di vino cadun giorno, a conto emine una di meliga ..".
E’ evidente come sia preferenziale la fornitura di vino rispetto ai generi più prettamente alimentari, ma questo non deve ingannare in quanto in diete alimentari povere il vino è un buon integratore, fornendo calorie e zuccheri. Questa pratica, largamente diffusa per tutto il medioevo, risulta pertanto ancora in uso e normalmente applicata senza destare alcun scalpore.
Alla medesima categoria di lavoro corrisponde un’altra annotazione presente nelle spese "..Ho già ricevuto nel mese di ottobre (1789) da Pietro Ricauda lire cinquanta per li due alberi del certasso e per quello detto del Ser, dati al suddetto a metà per fare delle carbonere..", da cui risulta pagato un prezzo molto alto per avere abbattuto tre alberi (di cui aimè non è indicata l’essenza) avendo poi a disposizione solamente la metà del legname per fare carbone.
Questo è spiegabile solo con il buon guadagno che si doveva ottenere vendendo il carbone, combustibile principe sia nei riscaldamenti cittadini che nelle lavorazioni artigiane, in particolare dei metalli.
Un ulteriore contributo a comprendere i trattamenti economici relativi ai mestieri più semplici, ma certamente molto diffusi, risultano gli appunti relativi a quanto si pattuisce con una ragazze presa a serva "Li 29 aprile 1790 alla presenza della Signora Teresa Bertoldo moglie del Fu Giuseppe Maria Ruatto mio nipote ho aggiustato per serva Rosa Maria fu Meteo Copis di Sparrone, e per salario ho stabilito con essa il prezzo di lire ventisei per cadun anno con alcune regalizie, cioè in paio di scarpe nuove, una camigia ed uno scossale anche per cadun anno..".
A compendio di questo breve ragionamento sull’economia dell’epoca risulta utile riportare alcuni prezzi relativi all’acquisto di alcuni generi comuni "..Per carne da Bertalasone libre (in diverse volte) 34.
A conto biglietti due, il primo a lire 7 preso dal suddetto, il secondo a lire 6 [..] a Giachino .. per formagio lire 8 per libre 2, più per grivera libre ½ lire 1,8, più per lardo libre ½ lire 1,8.. [..] .. per più d’un Rubo d’olio d’olivo fattomi tenere da Torino lire 14 circa". Nell’elenco dei costi relativi ai vari prodotti scopriamo poi che per un’emina di meliga occorrono 2 lire e più di 4 se si tratta di segala, per la stessa quantità di non meglio specificati legumi poco più di una lira e mezza, per le castagne 3 lire e mezza ad emina, mentre per una brenta di vino occorrono lire 6 e soldi 10. In altre annotazioni i prezzi del vino e sella segala variano circa di una lira e questo, se per il vino è facilmente comprensibile che possa dipendere dalla diversa qualità, per la segala non è di immediata comprensione.
Nello scorrere il libro dei conti troviamo innumerevoli altri riferimenti che qui sarebbe inutile oltre che tedioso riportare, comprese tutte le quantità di sementi passate al Massaro per i fondi di proprietà della chiesa dalle quali si determina che si coltivava grano, segala, meliga, legumi, patate e canapa.
Queste poche annotazioni non hanno certo la pretesa di esaurire alcun ragionamento sulle economie e sui rapporti interni alle comunità contadine, tuttavia consentono alcune osservazioni di carattere generale riguardanti il potere di acquisto del danaro rispetto al costo dei beni di primaria necessità.
Si può infatti stimare che ben di rado il guadagno di un boscaiolo, e pertanto di equiparabili prestatori d’opera comuni, superi una lira al giorno ovvero circa l’equivalente di un chilo di carne, di un ettogrammo di formaggio, meno di lardo e al massimo per dieci chili di meliga e cinque di segala.
E chiaro che alcuni prodotti non potevano nemmeno essere presi in considerazione dalla gente comune, la quale doveva fare affidamento alla propria autonomia per poter contare su formaggio e carne con il chiaro rischio che annate siccitose o la moria degli animali domestici erano in grado di far precipitare un’intera famiglia di colpo nell’indigenza.
Glossario
Soldi 20 = 1 Lira
Emina = 23 litri di materie secche (grano, meliga, riso ecc.) corrispondente a circa 19 chilogrammi
Rubbo = kg 9,22
Libbra = g 368,84
Giornata piemontese = 100 tavole
Tavola = 38 metri quadrati
Brenta = 54 litri
Vengono inizialmente elencate alcune pratiche di carattere ovviamente religioso che tuttavia permettono di comporre uno spaccato sociale, per quanto limitato, della vita di una Comunità contadina del profondo Piemonte sabaudo in una fase storica cruciale per l’Europa che assisteva al successo della rivoluzione francese.
Il testo, redatto senza fronzoli, inizia trattando delle Compagnie di carità sostenendo che "..sono tre, la Compagnia della Cintura, la Compagnia del Rosario, e la Compagnia del S.S. Sacramento, e hanno sempre provveduta la cera per tre Domeniche di ciascun mese, ..[..] Inoltre esse Compagnie han sempre provista la cera in tutte le maggior solennità dell’anno, cioè nelle feste del S.S. Natale, della Purificazione di Maria Vergine [..] della Domenica di Pasqua, della Domenica di Pentecoste, del S.S. Corpo del Signore inclusivamente all’Ottava e nella festa del Titolare e Patrono S. Grato in cui costumano esse fare il solito apparato a costo della sua cera .. ". L’esatto regolamento che stava a monte del fondamentale fabbisogno di candele, precisa poi che ".. eccettuata la seconda e la quinta qualor vi è, perché in queste due Domeniche vi ha sempre provista il Parroco." Come in "..Tutte le altre feste che occorrono alla settimana nel corso dell’anno [..] come si è sempre praticato secondo la convenzione seguita tra il Parroco e la Comunità".
Evidentemente si tratta delle uniche organizzazioni presenti all’interno della Comunità che, stando a quanto ci riferisce don Ruatto, assumono un ruolo fondamentale in quanto partecipano alle spese per le funzioni religiose. Seguono poi alcune annotazioni riguardanti le principali pratiche religiose che bene illustrano le modalità dei singoli eventi: "Nell’amministrazione del Battesimo il Parroco provede una di quelle candele benedette che egli ha ricevute nella Festa della Purificazione di M.V. e si tiene accesa in tutto il tempo del suddetto Sacramento, è poi obbligata la partoriente quando si presenta per la benedizione del parto a dare soldi cinque al Parroco; Se si porta accesa la candela dalla Chiesa alla casa insieme al battezzato è obbligata la suddetta a dare soldi dieci quando viene ella a restituire la suddetta candela nell’occasione della suddetta Benedizione e questa si è un uso antico..". Segue poi che "Circa i Matrimoni si pratica secondo l’uso universale, cioè si esigono soldi dieci per ciscuna fede che abbisogni lo sposo, o la sposa, e soldi trenta per le Dinuncie.
Quello che però vi è di particolare in questa Parrochiale si è che all’occasione che il Parroco assiste a ciascun Matrimonio è la sposa tenuta a dare al medesimo un fassoletto del valore di soldi trenta, oppure in luogo del fassoletto soldi trenta.." e qui l’esemplificazione diventa perentoria ".. come ha fatto, Gio. Batta Brajda, ed altresì nel 1787 li 5 giugno Domenica moglie di Gio. Sola abitante in Napoli mi diede soldi trenta per aver io rifiutato un fassoletto di piccol valore, allor quando sua figlia Maria Anna prese marito Gio. Maria fu Pietro Corio di Valperga.
E questo era già in vigore nel tempo de’ miei antecessori." A chiudere le tre tappe fondamentali dell’uomo troviamo che "Circa le sepolture secondo l’uso comune, cioè Lire una per torchia con questa differenza, che quando si tengono accese le torchie alla Messa cantata presente cadavere, vi è consuetudine antica che si prendono soldi cinque di più, cioè soldi venticinque per torchia.
Circa l’emolumento vi è lo stile che solo per li capi di casa si paga non più che soldi dieci. Non godono poi di questo privilegio i forestieri; onde quando occorre di aventi a dare sepoltura ad uno di questi si osserva l’uso comune cioè si pagano lire quattro di emolumento prescindendo dalla residenza in questa Parrocchiale di continuato di anni dieci. In quanto poi alle sepolture dè corpi piccoli non c’è emolumento solo si pagano lire due per quattro candele ordinarie di tre in quattro oncie, onde vengano accompagnati tali corpi. Circa poi li corpi piccoli che non sono parrocchiani ho costumato di prendere una lira d’emolumento oltre le due per le quattro candele." Nell’esposizione di don Ruatto traspare una società modesta, di pochi mezzi, ma soprattutto una mentalità severa e compassata fatta di regole precise e di obblighi imprescindibili.
Tutte le funzioni vengono riportate con la precisione di un ragioniere, sezionate in tante parti, ognuna con il suo prezzo accanto. Se da un lato questo può anche essere il comodo prontuario di un solerte prete alle prese con i conti da far quadrare, dall’altra non può non colpire l’asetticità delle espressioni e l’assoluta mancanza di casistica riguardanti le famiglie povere o in difficoltà, nel caso che non avessero il denaro sufficiente per un battesimo, un matrimonio o una sepoltura.
Le regole indicate per le esequie di un forestiero evidenziano poi una mentalità da comunità chiusa, in cui chi arriva da fuori è visto sempre con una certa diffidenza. Nella prosecuzione delle annotazioni riportate si apprende altresì che le manifestazioni religiose durante l’anno erano numerose e tutte onerose. "Circa le Messe cantate nella Chiesa Parrocchiale con Benedizione del Santissimo Sacramento vi è fissata limosina di soldi trenta , nelle feste poi dè Patroni e Compatroni vi è una maggior limosina perchè nella festa del Protettore S. Grato i priori di esso sono obbligati di pagare lire due con l’obbligo al Paroco di cantare la Messa all’ora solita delle feste di precetto, ed il Vespro con benedizione del Santissimo alla sera.
Pella festa di S. Colombano che cade il 22 novembre si pagano dalla Comunità di questo luogo lire tre coll’obbligo di fare come nella festa di S. Grato. Per la festa di S. Vincenzo De’ Paoli, in cui si fanno le medesime funzioni di sopra si pagano da Priori d’esso santo lire due; Per la festa di S. Rocco cantandosi la Messa nella propria Capella ed il Vespro con Benedizione del Santissimo alla sera nella chiesa Parrocchiale si pagano dalli Priori del medesimo santo lire tre.
Per la festa della filisola che cade li 8 settembre sono fissate lire diciotto da pagarsi dai Priori che annualmente si eleggono, cioè lire nove per la novena che si premette alla festa in cui ogni sera per nove giorni avanti la medesima si va processionalmente alla Capella con la Benedizione dl Santissimo Sacramento dopo lire nove per le funzioni Parrocchiali che si fanno in detta Capella con la licenza del Superiore Ecclesiastico da confermarsi ogni anno .." enumerando poi via via di seguito tutte le specifiche funzioni, cantate o meno, fino a prevedere che "..quando poi per qualche bisogno d’una grazia si fanno Novene alla Madona, cioè si fanno processioni alla Capella della Filisola per nove giorni con la benedizione del Santissimo Sacramento subito dopo, come si pratica, o siano ordinate dalla Comunità o da Particolari, sono tassate lire nove secondo la consuetudine antica."
Al fondo di questo libretto si conservano poi ancora alcune annotazioni interessanti, che riguardano le celebrazioni da effettuarsi il 2 novembre oltre alle informazioni sulle collette dovute alla parrocchia "..Nella commemorazione de fedeli Defunti si canta la Mezza con Benedizione un poco prima del levar del sole.
Dopo la Messa il Paroco vestito con cotta e stola negra va alla porta della chiesa, cioè si trattiene nel banco che vi si trova dietro ad essa per ricevere le offerte delle castagne verdi , delle limosine di messe e di tutto quel denaro che vien dato dà Parrocchiani per li Deprofundis e Libera me ec. che da Cantori in Coro si cantano sino al mezzogiorno per li Defunti di quelli che hanno offerto il suddetto denaro [..] Circa la quantità delle castagne offerte in tal occasione da Particolari sono ora otto ora dieci emine secondo le annate.
Quanto poi al denaro otto circa, o nove lire. Vi è uno stile antico che il Paroco alla mattina da una colazione a Cantori e al mezzodì un pranzo frugale; alla sera poi egli da una cena a Comunisti (leggasi Amministratori comunali), i quali vengono prima invitati. [..] Quanto alle Colete spettanti al Parroco vi sono tre colete da farsi, della segala, del vino e delle castagne secche. Circa la segala vi è l’uso che i Particolari, che la danno da sbattere, chi due, chi tre, taluno ancora quattro piccoli fasci quali sbattuti rendono ordinariamente sei, talvolta sette emine. Circa il vino ordinariamente quattro in cinque brente , ben di rado supera tal numero.
In quanto poi alle castagne secche ora solo due, ora tre, ben di rado quattro emine . Per qual motivo abbia il Paroco queste sudette colette non so se tengan luogo di decime imposte nell’istituzione di questa parrocchiale, oppure per l’assistenza dè temporali."
E’ interessante verificare, attraverso la quantità di decime raccolte, quale era la disponibilità media delle famiglie in quanto è facilmente intuibile che avessero all’incirca tutte lo stesso tenore di vita.
Risulta che più di cento famiglie riuscivano a malapena a mettere insieme poco più di un quintale di segala e addirittura meno della metà di castagne secche. Ad ulteriore riprova che a quel tempo la Comunità di S. Colombano sopravviveva con grande difficoltà possiamo esaminare l’annotazione riguardo alle Compagnie di Carità ed al preciso regolamento circa le spese da sostenere nelle varie funzioni.
Oltre ad essere il primo argomento registrato, lascia facilmente intuire che la provvista della cera fosse una delle voci di spesa principale, certamente onerosa per l’intera comunità.
Si apprende inoltre che il fornitore delle candele provvedeva anche al recupero della cera residua che evidentemente serviva per essere rifusa ".. è stata pesata la cera mocca la quale è di libre 13 ed è stata pagata dal Ceraro sig. Gherze a soldi trenta per caduna libra, e riporta lire 19,10..".
La presenza di ben tre Compagnie di Carità in un paese che all’epoca constava all’incirca di 400 anime se sottolinea da un lato l’alta partecipazione sociale con i necessari contributi annuali da parte dei capi famiglia, viene esplicitato che non riescono formare una Congragazione di Carità efficace.
Le diverse annotazioni riportate nel libro dei conti indica che gran parte del sostegno ai bisognosi era fornito dalla chiesa attraverso lasciti esterni spesso derivanti da famiglie nobili o benestanti e dalle medesime gerarchie ecclesiastiche"..ho ottenuto lire cinquanta da monsignor Arciano di Torino da distribuirsi ai poveri di questo luogo [..] distribuiti da me poco per volta a misura che occorreranno i bisogni..", e ancora "Li 27 genaro (1792) ho ricevuto dal Signor Conte Civrone lire ventiquattro, le quali si debbono distribuire a poveri di questo luogo .." oppure "..ottenni io per lettera di Sua Eccellenza Signor Conte di Valperga di Masino lire trenta da distribuirsi ai poveri più bisognosi di questo luogo.." a cui segue sempre l’elenco dettagliato con l’indicazione se poveri o infermi e si scopre che spesso erano distribuiti direttamente " .. micconi di pane di segala, .. minestra, carne porcina e roba da mangiare..", e talvolta anche ".. ad un povero un paio di scarpe da lire 0,15..".
La comunità presenta un elevato numero di indigenti, infermi e poveri a cui a più riprese bisogna garantire almeno la sopravvivenza, in anni che si intuisce essere particolarmente difficili, soprattutto nei mesi invernali.
Sul disagio patito dal parroco quale unico referente di una comunità genericamente povera e senza strutture è significativa la presenza di due bozze di lettera da inviarsi ai superiori a Torino in cui si fa notare in particolare che ".. l’essere solo ed avere bisogno d’intanto in tanto di richiedere altri ministri in mio sollievo con gravame non indifferente e specialmente in casi di qualche mia infermità, non provvedendosi da questa comunità neppure di un Maestro di scuola.
Il non esservi in questa Commune alcun obergi né osteria la parrochia resta gravata da ogni persona di considerazione per l’ospitalità, e questo ben soventi, e con grande aggravio. La quantità dei poveri e la debolezza della congragazione in un paese di montagna e povero di natura, che obbliga un Parrocho necessariamente a spogliarsi del suo necessario..".
Eppure stante a quanto riportato nell’elenco dei beni di proprietà parrocchiale risulta che possedeva, in diversi appezzamenti di cui fornisce l’elenco, circa cinque giornate piemontesi di prato, sei mantenute a castagneto, quasi 4 ad alteno (campo sormontato da vigna), sessanta tavole a solo coltivo, mentre quasi nulla risulta essere a bosco, ossia solamente circa una dozzina di tavole.
In più don Ruatto specifica che bisogna aggiungere una serie di legati, ovvero di obbligazioni verso la parrocchia, sia in natura di censi annui da versarsi dall’usufruttuario del fondo "..sovra una pezza d’alteno, prato, campo e castagneto di giornate due circa…Giuseppe fu Gio.
Pietro Vayra d’obbligato a pagare annualmente l’interesse di lire 6..", sia come rendita derivante da somme ricevute per la celebrazione di messe in perpetuo e impiegati al monte di pietà ".. ho ricevuto lire cinquanta dal sig. Ferreri di Valperga per una messa bassa all’anno in perpetuo alla Capella della Filisola e ne ho fatto l’impiego sui Monti di pietà ..".
In questo è curioso verificare che lui stesso versa "..lire cento per una messa cantata con benedizione nel giorno del decesso di me Gio. Pietro Ruatto .."
A onor del vero qualche sforzo questa comunità lo ha certamente sostenuto essendo che "..circa la casa parrochiale una buona parte n’è stata costrutta per richiesta del fu Prevosto Decaroli a spese della Comunità come consta dà Causati, cioè camere quattro, due di sopra e due di sotto;" e che "nell’anno 1789 è stato comperato un casiamento assai conveniente ed utile sia per dar ricovero al Massaro per cui si doveva pagare il fitto, sia per avere una più comoda crotta dovendosi servire i parrochi antecessori d’una crotta rimota dalla casa parrochiale e attigua alla fabbrica della Comunità, la quale ora serve per il Massaro..[..] e nello stesso tempo che si fecero diverse riparazioni al suddetto casiamento necessarie si costrusse una stalla attigua alla sala, dove evanvi le tine.." Sappiamo, al riguardo, quanto è costato l’acquisto dello stabile e anche le spese per i principali interventi ".. Per la compera fatta dalle due nipoti di Gio. Batta Roscio lire 66, per le riparazioni, di maestranza 15, per le tegole numero 500 lire 15, per la calcina numero somata una lire 3, per chiodi numero libre 7 lire 2,15, per la arena necessaria alla suddetta fabbrica e alla stalla numero emine seicento, un soldo per ciascuna emina ..".
Per quest’ultima acquisizione ha provveduto direttamente la parrocchia essendo che ".. per fare tale pagamento si è ottenuto dal Superiore Ecclesiastico la permissione di atterrare diversi alberi infruttiferi de beni parrochiali come si esegue..". Di estremo interesse, anche per meglio comprendere i guadagni e le pratiche connesse ai vari contratti di lavoro, è l’annotazione dove veniamo a sapere che "..per far tagliare una pianta Lire 1, 10 oltre due pinte di vino, per farla ridurre in balaustri (pezzi di lunghezza regolare) lire 3..". Questo dunque è il guadagno di un boscaiolo, mestiere all’epoca certamente diffuso, per tagliare e segare un albero che supponiamo di medie dimensioni.
Allo stesso modo apprendiamo che per l’esecuzione dei lavori spesso al salario si accompagnava la fornitura di derrate alimentari ".. più al Mastro Rivoira (mastro da legno) accordato a lire 12 più una boteglia di vino cadun giorno, a conto emine una di meliga ..".
E’ evidente come sia preferenziale la fornitura di vino rispetto ai generi più prettamente alimentari, ma questo non deve ingannare in quanto in diete alimentari povere il vino è un buon integratore, fornendo calorie e zuccheri. Questa pratica, largamente diffusa per tutto il medioevo, risulta pertanto ancora in uso e normalmente applicata senza destare alcun scalpore.
Alla medesima categoria di lavoro corrisponde un’altra annotazione presente nelle spese "..Ho già ricevuto nel mese di ottobre (1789) da Pietro Ricauda lire cinquanta per li due alberi del certasso e per quello detto del Ser, dati al suddetto a metà per fare delle carbonere..", da cui risulta pagato un prezzo molto alto per avere abbattuto tre alberi (di cui aimè non è indicata l’essenza) avendo poi a disposizione solamente la metà del legname per fare carbone.
Questo è spiegabile solo con il buon guadagno che si doveva ottenere vendendo il carbone, combustibile principe sia nei riscaldamenti cittadini che nelle lavorazioni artigiane, in particolare dei metalli.
Un ulteriore contributo a comprendere i trattamenti economici relativi ai mestieri più semplici, ma certamente molto diffusi, risultano gli appunti relativi a quanto si pattuisce con una ragazze presa a serva "Li 29 aprile 1790 alla presenza della Signora Teresa Bertoldo moglie del Fu Giuseppe Maria Ruatto mio nipote ho aggiustato per serva Rosa Maria fu Meteo Copis di Sparrone, e per salario ho stabilito con essa il prezzo di lire ventisei per cadun anno con alcune regalizie, cioè in paio di scarpe nuove, una camigia ed uno scossale anche per cadun anno..".
A compendio di questo breve ragionamento sull’economia dell’epoca risulta utile riportare alcuni prezzi relativi all’acquisto di alcuni generi comuni "..Per carne da Bertalasone libre (in diverse volte) 34.
A conto biglietti due, il primo a lire 7 preso dal suddetto, il secondo a lire 6 [..] a Giachino .. per formagio lire 8 per libre 2, più per grivera libre ½ lire 1,8, più per lardo libre ½ lire 1,8.. [..] .. per più d’un Rubo d’olio d’olivo fattomi tenere da Torino lire 14 circa". Nell’elenco dei costi relativi ai vari prodotti scopriamo poi che per un’emina di meliga occorrono 2 lire e più di 4 se si tratta di segala, per la stessa quantità di non meglio specificati legumi poco più di una lira e mezza, per le castagne 3 lire e mezza ad emina, mentre per una brenta di vino occorrono lire 6 e soldi 10. In altre annotazioni i prezzi del vino e sella segala variano circa di una lira e questo, se per il vino è facilmente comprensibile che possa dipendere dalla diversa qualità, per la segala non è di immediata comprensione.
Nello scorrere il libro dei conti troviamo innumerevoli altri riferimenti che qui sarebbe inutile oltre che tedioso riportare, comprese tutte le quantità di sementi passate al Massaro per i fondi di proprietà della chiesa dalle quali si determina che si coltivava grano, segala, meliga, legumi, patate e canapa.
Queste poche annotazioni non hanno certo la pretesa di esaurire alcun ragionamento sulle economie e sui rapporti interni alle comunità contadine, tuttavia consentono alcune osservazioni di carattere generale riguardanti il potere di acquisto del danaro rispetto al costo dei beni di primaria necessità.
Si può infatti stimare che ben di rado il guadagno di un boscaiolo, e pertanto di equiparabili prestatori d’opera comuni, superi una lira al giorno ovvero circa l’equivalente di un chilo di carne, di un ettogrammo di formaggio, meno di lardo e al massimo per dieci chili di meliga e cinque di segala.
E chiaro che alcuni prodotti non potevano nemmeno essere presi in considerazione dalla gente comune, la quale doveva fare affidamento alla propria autonomia per poter contare su formaggio e carne con il chiaro rischio che annate siccitose o la moria degli animali domestici erano in grado di far precipitare un’intera famiglia di colpo nell’indigenza.
Glossario
Soldi 20 = 1 Lira
Emina = 23 litri di materie secche (grano, meliga, riso ecc.) corrispondente a circa 19 chilogrammi
Rubbo = kg 9,22
Libbra = g 368,84
Giornata piemontese = 100 tavole
Tavola = 38 metri quadrati
Brenta = 54 litri
Indice
racconti
Il carnevale di Osvaldo
Mario Contratto
tradizioni
Arti e mestieri. Sartòire
natura
L’abete rosso
Piero Giorgis
tradizioni
Leggende della Valchiusella. Il diavolo del ponte sul Bersela
Bernardo Bovis
tradizioni
Arti e mestieri un secolo fa nel mandamento di Agliè
a cura di Domenico Vallosio
tradizioni
La Turba del giovedì santo a San Maurizio. Una storia di paese accaduta nel 1786
Giuseppe Balma-Mion
storia
Le liti tra le comunità della castellata di Valperga.
I contrasti del 1490 per la contribuzione ad un sussidio
Giovanni Riccabone
immagini
Richiaglio, il paese delle gerle
storia
Dura la vita del Podestà di Ivrea del ‘300!
Savino Giglio Tos
tradizioni
Brosso. L’estrazione del ghiaccio
Luigi Bovio
storia
Il Canavese e i suoi confini geografici
Aleardo Fioccone
tradizioni
I mortaretti
Lino Fogliasso
storia
San Colombano Belmonte. Usi e consuetudini della parrocchiale del XVIII secolo
Oliviero Cima
immagini
Paesaggi di Forno
storia
La suddivisione amministrativa a fine ‘800. II mandamento di Caluso
a cura di Oliviero Cima
poesie
Rosa dicembrina
Nini Binando Dorma
storia
Carlo Piazza. Da Ivrea a Nomea e ritorno
Ugo Pinferi
storia
Gli antichi statuti trecenteschi di Rivarolo
Giovanni Riccabone
immagini
Cartoline d’altri tempi. Ciriè e Lombardore
storia
La congiura dei pugnalatori.
Il padre di Giuseppe Giacosa si scontra con la mafia palermitana
Milo Julini
storia
Favria. I servizi militari a metà ‘600
Luca Cattaneo, Giorgio Cortese, Sergio Feira
storia
Un secolo fa. Il treno a Pont
Lino Fogliasso
storia
Il caporale Martino Cardone di Scarmagno. La campagna del Tirolo del 1866
Daniele Puppato
ricordi
Giuseppe Buscatti di Pont
nei ricordi di Nadir Castagneri
racconti
La scodella ghiacciata
Renata Lucci
ricordi
Don Callisto Caravario
Mario Vaira
tradizioni
Il lavoro per immagini
storia
Massimo d’Azeglio
Savino Giglio Tos
poesie
Douant che i rueit la pioggi
Ivan Bianco Levrin
tradizioni
Un ex voto a Borgomasino
Domenico Forchino
storia
Mandati d’arresto di fine ‘700. I connotati dei ricercati
Giuseppe Avataneo
tradizioni
I colori nei dialetti francoprovenzali delle valli Orco e Soana
Lotte Zorner
tradizioni
Ricordi di vita montanarese
Igor Ferro
ricordi
La storia di Marcello Martini. Il più giovane deportato politico italiano
Giancarlo Sandretto
ricordi
La Musica dij socuj di Cuorgnè
Ezio e Remo Novascone
tradizioni
Ricordi di un pastore transumante. Lindo Bertello di Chiesanuova
Flavio Chiarottino
storia
Ricordi di una partigiana
Rosanna Tappero
tradizioni
La croce delle valli di Lanzo e della Maurienne
Giorgio Inaudi
immagini
Una famiglia contadina della Val Gallenca
storia
Scioperi e tumulti alla Manifattura di Pont
Emilio Champagne
storia
La politica di Crispi. Il parroco di Lombardore
Giovanni Riccabone
Il carnevale di Osvaldo
Mario Contratto
tradizioni
Arti e mestieri. Sartòire
natura
L’abete rosso
Piero Giorgis
tradizioni
Leggende della Valchiusella. Il diavolo del ponte sul Bersela
Bernardo Bovis
tradizioni
Arti e mestieri un secolo fa nel mandamento di Agliè
a cura di Domenico Vallosio
tradizioni
La Turba del giovedì santo a San Maurizio. Una storia di paese accaduta nel 1786
Giuseppe Balma-Mion
storia
Le liti tra le comunità della castellata di Valperga.
I contrasti del 1490 per la contribuzione ad un sussidio
Giovanni Riccabone
immagini
Richiaglio, il paese delle gerle
storia
Dura la vita del Podestà di Ivrea del ‘300!
Savino Giglio Tos
tradizioni
Brosso. L’estrazione del ghiaccio
Luigi Bovio
storia
Il Canavese e i suoi confini geografici
Aleardo Fioccone
tradizioni
I mortaretti
Lino Fogliasso
storia
San Colombano Belmonte. Usi e consuetudini della parrocchiale del XVIII secolo
Oliviero Cima
immagini
Paesaggi di Forno
storia
La suddivisione amministrativa a fine ‘800. II mandamento di Caluso
a cura di Oliviero Cima
poesie
Rosa dicembrina
Nini Binando Dorma
storia
Carlo Piazza. Da Ivrea a Nomea e ritorno
Ugo Pinferi
storia
Gli antichi statuti trecenteschi di Rivarolo
Giovanni Riccabone
immagini
Cartoline d’altri tempi. Ciriè e Lombardore
storia
La congiura dei pugnalatori.
Il padre di Giuseppe Giacosa si scontra con la mafia palermitana
Milo Julini
storia
Favria. I servizi militari a metà ‘600
Luca Cattaneo, Giorgio Cortese, Sergio Feira
storia
Un secolo fa. Il treno a Pont
Lino Fogliasso
storia
Il caporale Martino Cardone di Scarmagno. La campagna del Tirolo del 1866
Daniele Puppato
ricordi
Giuseppe Buscatti di Pont
nei ricordi di Nadir Castagneri
racconti
La scodella ghiacciata
Renata Lucci
ricordi
Don Callisto Caravario
Mario Vaira
tradizioni
Il lavoro per immagini
storia
Massimo d’Azeglio
Savino Giglio Tos
poesie
Douant che i rueit la pioggi
Ivan Bianco Levrin
tradizioni
Un ex voto a Borgomasino
Domenico Forchino
storia
Mandati d’arresto di fine ‘700. I connotati dei ricercati
Giuseppe Avataneo
tradizioni
I colori nei dialetti francoprovenzali delle valli Orco e Soana
Lotte Zorner
tradizioni
Ricordi di vita montanarese
Igor Ferro
ricordi
La storia di Marcello Martini. Il più giovane deportato politico italiano
Giancarlo Sandretto
ricordi
La Musica dij socuj di Cuorgnè
Ezio e Remo Novascone
tradizioni
Ricordi di un pastore transumante. Lindo Bertello di Chiesanuova
Flavio Chiarottino
storia
Ricordi di una partigiana
Rosanna Tappero
tradizioni
La croce delle valli di Lanzo e della Maurienne
Giorgio Inaudi
immagini
Una famiglia contadina della Val Gallenca
storia
Scioperi e tumulti alla Manifattura di Pont
Emilio Champagne
storia
La politica di Crispi. Il parroco di Lombardore
Giovanni Riccabone
