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Alla scoperta delle marmotte
Eleonora Bertolo

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Il nostro viaggio inizia ai primi giorni di aprile, quando le nevi sulle praterie alpine cominciano a sciogliersi, scoprendo ampi spazi di vegetazione.
E’ il momento più delicato, quello del risveglio dal lungo letargo invernale, trascorso raggomitolate, le une accanto alle altre, al fondo di una galleria sotterranea. Le riserve di grasso sono esaurite e la necessità di trovare nuove immediate fonti di energia le porta a sfidare i rischi più temibili.
L’aquila reale volteggia sostenuta dalle correnti d’aria in  quota, cercando prede sprovvedute.
Anche la volpe, annusando tra la neve, è alla ricerca di cibo. Il silenzio della montagna è interrotto da un lungo fischio: il pericolo è imminente…

Carta d’identità
Nome: Marmotta (Marmota marmota L.)
Ordine: Roditori
Famiglia: Sciuridi
Sottospecie italiana: Marmota marmota marmota L.
Parente più prossimo europeo: scoiattolo
Anni: fino a 15 (mediamente 5-6)
Peso a inizio autunno: adulti: 3,5 – 6 kg; giovani dell’anno: 0,5 – 1 kg
Lunghezza: 45-60 cm più la coda (tra i 13 e i 18 cm)
Periodo degli accoppiamenti: fine aprile-inizio maggio
Periodo di gestazione e numero di piccoli per cucciolata: 33-34 giorni; da 2 a 4
Non esiste dimorfismo sessuale evidente

Una giornata tipo
Dopo quasi sei mesi di digiuno, l’attività prevalente della marmotta è la ricerca di cibo, indispensabile per reintegrare l’accumulo di grasso prima della fase riproduttiva e per giungere all’autunno con una sufficiente riserva energetica. Alle prime luci dell’alba, non appena uscita dalla tana, la marmotta si dedica alla pulizia personale e a un “bagno di sole”, rimanendo quasi immobile su un masso ben esposto alla luce.
Questa fase viene anche utilizzata per un’accurata perlustrazione visiva del territorio. Solo dopo essersi assicurata dell’assenza di eventuali predatori si avventura allo scoperto, di tanto in tanto alzandosi sulle zampe posteriori, sempre attenta agli eventuali pericoli.
In prevalenza la sua dieta è costituita da erbe che crescono sui pascoli, bulbi, radici e arbusti, ma l’apporto proteico viene fornito da vermi e insetti (principalmente cavallette e coleotteri coprofagi). Sembra che la necessità di acqua sia già soddisfatta dalla rugiada che si posa sull’erba dei pascoli e che questo animale non beva mai.
Al sopraggiungere di un predatore la marmotta avverte gli altri animali del gruppo con un caratteristico fischio; fischi brevi e ripetuti indicano un pericolo in lontananza, mentre un solo fischio più lungo indica che il predatore è nelle immediate vicinanze. Le ore centrali della giornata, specialmente in estate quando fa più caldo, vengono trascorse in riposo all’interno della tana. Solo nel pomeriggio avanzato la marmotta esce nuovamente allo scoperto per una seconda fase di alimentazione. La notte viene trascorsa sempre dentro la tana.

Un animale territoriale
L’istinto di territorialità è un comportamento presente nella maggior parte delle specie, ma nella marmotta assume delle connotazioni estremamente marcate, giustificate dal fatto che questo animale è legato per quasi l’80% della vita alla sua tana.
Qui partorisce, alleva la prole per i primi 40 giorni, trascorre le notti e le ore centrali della giornata e, giunto l’autunno, prepara un soffice giaciglio di fieno per trascorrervi l’inverno con il proprio nucleo famigliare. In realtà, si è così specializzata nella costruzione e nell’utilizzo di gallerie sotterranee, che se ne possono facilmente distinguere differenti tipologie per uso e struttura:
- le tane cosiddette «principali», caratterizzate da numerosi ingressi superficiali e comunicanti tra loro, che conducono a una camera centrale più profonda, usata per la cura della prole e per trascorrere le notti estive;
- le «secondarie», o tane di fuga, più periferiche rispetto alle prime, a fondo cieco, utilizzate per lo più come rifugio temporaneo dai predatori;
- le «invernali», o «camere di ibernazione», più strette e profonde di quelle estive, rivestite di fieno e sigillate dall’interno con terra e pietre all’inizio del letargo, per aumentare l’effetto di isolamento dalle rigide temperature esterne;
- le «latrine», riconoscibili per la presenza di numerose feci, talvolta poste in corridoi laterali rispetto alle tane principali.
Ciascuna famiglia, composta da una coppia monogama di adulti, la prole dell’anno precedente e l’ultima nidiata della stagione, condivide e collabora nella  pulizia e nella costruzione di questo complesso sistema di vasi sotterranei comunicanti e lo difende strenuamente da qualsiasi individuo estraneo, anche se appartenenente alla propria specie.
Soltanto in caso di estremo pericolo è concesso asilo a marmotte appartenenti ad altri ceppi genetici; diversamente, ogni intromissione viene affrontata con lotte e baruffe.
Assume quindi un’importanza vitale la posizione strategica con cui viene scelto il sito iniziale di costruzione delle tane; da esso ne deriva l’immediata disponibilità alimentare, il maggiore successo riproduttivo, e, di conseguenza, una più spiccata capacità di sopravvivenza anche nei periodi critici.
Da alcuni studi svolti sulle nostre Alpi, si è potuto constatare che le marmotte prediligono i versanti aperti ed esposti a sud o sud-ovest, caratterizzati dalla presenza di abbondanti praterie ma anche di pietrame e rocce, ad un’altitudine compresa tra i 1500 e i 3000 metri. Inoltre, i territori più frequentati sono quelli dotati di una discreta pendenza.
La presenza di versanti con scarsa copertura arborea, da un lato permette di avere visuali più ampie per avvistare più facilmente i predatori (la marmotta è dotata di un’ottima vista e la posizione laterale degli occhi le consente un campo visivo di oltre 300°), dall’altro di disporre di una maggiore quantità immediata di erbe. I pendii esposti a mezzogiorno sono più precocemente sgombri di neve, e questo diventa un enorme vantaggio soprattutto nelle prime fasi che seguono il letargo invernale, quando le riserve di grasso sono esaurite e la necessità di fonti energetiche diventa un’esigenza primaria.
La scelta di terreni su piani inclinati, invece, è dovuta all’esigenza di impedire che, col dilavamento delle acque durante lo scioglimento delle nevi e in occasione dei temporali estivi, vi siano fenomeni di infiltrazione e ristagno di umidità nelle tane.
Terreni posti lungo i pendii, inoltre, sono più facilmente scavabili e la presenza di pietrisco contribuisce alla stabilità delle pareti delle gallerie. Il momento migliore per individuare una tana invernale è l’inizio della primavera. In questo periodo, che coincide con il risveglio dal letargo, il “tappo” di terra  e sassi che era servito per sigillare l’ingresso del cunicolo viene rimosso e gettato tutt’intorno alla tana.
Si riconoscono quindi facilmente le tane attive, ancor più se in un sito ancora innevato, per la presenza di terra scavata di recente nelle immediate vicinanze degli ingressi.

La grande dormigliona
Il letargo è un adattamento particolare a una condizione di disagio estremo. All’approssimarsi dell’autunno ogni famiglia si riunisce nella tana invernale e tutti i componenti, raggomitolati su di sé, gli uni accanto agli altri per conservare maggiormente il caldo, iniziano la fase di quiescenza.
Ai rigidi climi invernali le marmotte reagiscono abbassando la propria temperatura corporea fino a 7-10 °C e alla prolungata mancanza di risorse alimentari, dovute ad abbondanti e persistenti innevamenti, rispondono diminuendo la frequenza del respiro a 1-2 atti al minuto e rallentando la frequenza cardiaca a 28-40 battiti.
Il grasso accumulato durante l’estate viene progressivamente consumato per l’attività minima metabolica. Non si tratta di un sonno ininterrotto; ogni 25-28 giorni, infatti, le marmotte si svegliano per urinare ed espellere le feci. L’innalzamento momentaneo del metabolismo, che segue a ogni risveglio, comporta un maggior dispendio di energie e, per ridurre al minimo le perdite di peso, tutto il gruppo chiuso nella stessa tana sincronizza le fasi di sonno con quelle di veglia.
Ad annate particolarmente fredde segue una ridotta capacità riproduttiva e una maggiore mortalità invernale, che penalizza i giovani dell’anno (che hanno accumulato meno grasso in estate) e i gruppi famigliari meno numerosi.
Si è constatata una stretta corrispondenza tra il numero di componenti presenti in una tana e la probabilità di sopravvivenza invernale; infatti, la presenza di più soggetti permette più efficacemente di mantenere la temperatura interna a livelli ottimali.
Il risveglio primaverile in parte è legato all’innalzamento della temperatura esterna, ma sembra principalmente collegato all’esaurimento della massa grassa corporea, che porterebbe le marmotte a uscire dalla tana alla ricerca di cibo anche se il terreno è in parte ancora coperto dalla neve. Dopo l’orso, la marmotta è il mammifero europeo più grande ad andare in letargo.

Prede e predatori
I nemici naturali più comuni della marmotta sono l’aquila reale e la volpe, che ne condividono i medesimi areali di distribuzione. Là dove presente, anche l’ermellino diventa un potenziale pericolo.
La ricomparsa del lupo sulle nostre vallate reinserisce questa specie quale predatore delle Alpi, sebbene dai recenti studi compiuti sui gruppi presenti in Piemonte (Ciucci et al., 2001) risulta che meno del 2,5% della composizione della sua dieta sia riconducibile alle marmotte e ai micromammiferi, mentre tra le prede preferite dal lupo ci sarebbero gli ungulati selvatici (camoscio, capriolo, cervo e cinghiale) e, in percentuale nettamente minore, gli ungulati domestici.
Nelle aree frequentate dai greggi si aggiunge un predatore domestico, il cane pastore. Sebbene la marmotta possa condividere ampi spazi con gli animali monticanti, senza per questo venir in competizione per la disponibilità di cibo, la presenza di cani pastori, che mantengono l’istinto predatorio, è un fattore estremamente limitante per la sopravvivenza della specie. Opportuni campanelli legati al collare dei cani sembra possa ridurre parzialmente il pericolo di predazione da parte di questi ultimi.
Il fenomeno del randagismo, in aumento negli ultimi anni, sta assumendo connotazioni preoccupanti sia per la fauna selvatica sia per gli animali domestici. Nel caso particolare della marmotta, la presenza di cani erratici sui pascoli alpini rappresenta un nuovo fattore limitante per la sopravvivenza degli individui più vulnerabili della specie, quali, per esempio, i giovani dell’anno.
Come accade per molte specie animali, tra i predatori più temibili vi è spesso l’uomo. Prima della legge 968/77 (“Principi generali e disposizioni per la protezione e la tutela della fauna e la disciplina della caccia”) abrogata poi dalla successiva legge 157/92 (“Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio”), in Italia la marmotta era comunemente cacciata sia per la carne sia per l’utilizzo della folta pelliccia. Un’usanza antica dei valligiani era quella di prelevarle direttamente dalla tana, (“Andé a scavé le marmòte”) non appena si ritiravano per il letargo invernale.
Il grasso invece, sciolto e conservato in contenitori domestici, veniva usato nella medicina popolare per curare i reumatismi. Oggi questa specie è inserita tra quelle di cui è vietato il prelievo venatorio, sebbene esistano ancora casi di bracconaggio in alcune vallate alpine, e da anni si discuta sulla sua possibile reintroduzione quale specie cacciabile.
In alcuni Paesi europei, tra cui Francia e Svizzera, vengono effettuati degli interventi di abbattimenti selettivi, giustificati dal potenziale danneggiamento che questa specie provocherebbe ai pascoli alpini utilizzati dal bestiame.  Meno dannosa, invece, risulta la semplice interazione delle attività umane.
Il funzionamento degli impianti sciistici e delle strutture sportive invernali coincide con il periodo di letargo delle marmotte e, fatto salvo la  progressiva modifica della componente floristica della cotica erbosa e i lavori di manutenzione o di costruzione estivi, non sembra abbia una marcata influenza sulla specie, peraltro molto adattabile.
Anche il turismo alpino estivo non sembra causare disturbi significativi, per quanto la creazione e l’ampliamento di nuove piste sterrate aumenti la frequenza di passaggi con mezzi motorizzati e, di conseguenza, l’aumento dell’inquinamento ambientale e il potenziale fenomeno di bracconaggio.

Per saperne di più
Grimod, B. Bassano, V. Tarello, 1991- La Marmota (Marmota marmota) in Valle d’Aosta. Ecologia e distribuzione – Regione Autonoma della Valle d’Aosta, Assessorato dell’Ambiente, Territorio e Trasporti, Assessorato all’Agricoltura, Forestazione e Risorse Naturali, Museo di Scienze Naturali di Saint-Pierre
Ventura Luini P., 1989 – La marmotta alpina. Edizione Edagricole – Bologna
AA.VV., 1995 – I selvatici delle Alpi piemontesi. Biologia e gestione. Regione Piemonte, Edizioni Eda
AA.VV., 2003 – Progetto “Il lupo in Piemonte: azioni per la conoscenza e la conservazione della specie, per la prevenzione dei danni al bestiame domestico e per l’attuazione di un regime di coesistenza stabile tra lupo e attività economiche” – Regione Piemonte-Assessorato Ambiente, Agricoltura e Parchi, Settore Pianificazione Aree Protette.

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Indice

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Alla scoperta delle marmotte
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