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Michelangelo Giorda e Piero Martinetti
Maria Cristina Fenoglio Gaddò
Michelangelo Giorda ci ha lasciato uno scritto su Piero Martinetti che rivela una profonda conoscenza del filosofo e ci fa comprendere alcune cose sulla sua vita privata e su di lui come "persona" che soltanto la sensibilità di un amico avrebbe potuto cogliere. Quello di Giorda è un breve ma folgorante ritratto nel quale riesce a cogliere l’essenza di Martinetti come uomo. Un ritratto che solo un amico nel senso profondo del termine avrebbe potuto scrivere.
Da cosa era nata questa amicizia, su cosa si fondava? Certamente non si fondava su un comune percorso, su amicizie comuni o su similitudini esteriori. Il legame fra questi due uomini colpisce e affascina proprio perché parte da grandi diversità: anagrafiche, di percorso personale, di posizione di fronte al mondo.
Anagrafiche, innanzitutto: Martinetti era nato nel 1872, Giorda era nato nel 1892 (l’anno successivo alla nascita di Giorda il ventunenne Martinetti si laureava all’Università di Torino). Li separavano vent’anni esatti, escludendo quindi una di quelle amicizie citate da Martinetti nel "Breviario spirituale", quelle che accompagnano una vita intera, che crescono e si approfondiscono con gli anni.
Quanto alla formazione e al percorso, di Martinetti conosciamo lo splendido cursus honorum: l’iniziale formazione ad Ivrea, dove consegue la licenza d’onore al Regio Ginnasio-Liceo Carlo Botta; il periodo a Torino, dove si Laurea in filosofia nel 1893, con una tesi sul Sistema Samkhya che gli vale il prestigioso premio Gautieri dell’Accademia delle Scienze; gli intensi anni successivi alla laurea, con la specializzazione a Lipsia nel biennio 1893-94, la libera docenza ottenuta nel 1904, la cattedra di filosofia teoretica vinta all’Accademia di Scienze e Lettere di Milano (poi Università di Milano) nel 1907, la direzione della Rivista italiana di filosofia, i molti viaggi in Europa che fanno di lui uno dei pochi filosofi italiani veramente cosmopoliti di quegli anni.
E poi l’imponente produzione scientifica: Introduzione alla metafisica, L’Etica di Spinoza, Antologia kantiana, Saggi e discorsi, La libertà (inclusa ora fra "I 150 libri che hanno fatto l’Italia"), Gesù Cristo e il Cristianesimo, Ragione e fede, per citare solo alcuni suoi scritti.
Quando si ritira a Spineto nella primavera del 1932, dopo aver rifiutato di prestare giuramento al partito fascista, Martinetti è un uomo "la cui fama nella cittadella della filosofia è altissima", come ebbe più tardi a scrivere Bobbio.
Michelangelo Giorda, dal canto suo, non ancora diciottenne aveva visto sfumare ogni possibilità di proseguire quel percorso di conoscenza, iniziato al Liceo Botta di Ivrea, che certamente, grazie alle sue doti e alle sue straordinarie capacità, l’avrebbe portato lontano. Il tragico incidente del luglio 1910, costringendolo per sempre su una sedia a rotelle, lo aveva privato dell’indipendenza fisica e dell’accesso autonomo al mondo esterno.
Queste le diversità esteriori, quelle che sicuramente vedevano gli altri. Ma Giorda e Martinetti non erano uomini per i quali le differenze esteriori contassero, erano uomini per i quali ciò che conta è lo spirito.
Martinetti aveva conosciuto Giorda prima del ‘32, aveva saputo dell’incidente occorsogli ed era entrato presto in contatto con quel giovane noto per la sua forza di volontà e la sua determinazione. Sicuramente l’iniziale rapporto fra il filosofo e il giovane assetato di conoscenza nacque in quegli anni.
Ma fu successivamente, a partire dal ’32, che il rapporto docente-discepolo si trasformò in amicizia vera e profonda. Nel ’32 Martinetti ha 60 anni, Giorda 40, e, fra il filosofo che sin dalle pagine dei Diari giovanili dimostra una straordinaria sensibilità per "l’universo che trabocca di dolore" e l’uomo che al dolore non ha ceduto, inizia da quel momento una frequentazione costante, che terminerà solo con la malattia e la morte di Martinetti, avvenuta nel 1943. Martinetti almeno una volta alla settimana, ma spesso anche più frequentemente, si recava a trovare l’amico a Crosa, nella bella casa sulla collina a mezz’ora a piedi da casa Martinetti, e trascorreva lunghe ore con lui.
Sappiamo da Massimo Mila che Martinetti "impartiva a Giorda lezioni di tutto l’universo scibile". Lo introdusse alla conoscenza del sanscrito e della storia delle religioni, della filosofia e in particolare del pensiero orientale.
Sicuramente gli instillò un "metodo", fatto di rigore scientifico e di costante approfondimento, che ritroviamo nelle successive opere di Giorda. Le lezioni erano arricchite dai testi che Martinetti portava all’amico attingendo alla sua ricchissima biblioteca personale, la più grande biblioteca filosofica privata che ci fosse in Italia, la "cittadella dei libri", come la chiamava Nina Ruffini. E Giorda, è sempre Mila a riferircelo, registrava tutto "in certi quaderni di calligrafia minuta e chiarissima".
Martinetti amava moltissimo insegnare e amava gli allievi brillanti: possiamo immaginare cosa debba avere significato per lui trovare nell’esilio spinetese un uomo come Giorda, intelligentissimo e avido di conoscenza. Per Giorda, d’altro canto, chiuso nel suo eremo di Crosa, possiamo immaginare quale apertura sul mondo, quale "respiro" abbia potuto rappresentare un Maestro come Martinetti.
Fra i due "esiliati" per motivi diversi in questo angolo bellissimo di Canavese si crea un rapporto che va ben oltre il rapporto fra maestro e discepolo.
Emergono così quelle "affinità elettive" che superano ogni possibile differenza: li accomuna la grande nobiltà d’animo, la sorprendente tenacia, l’immensa dignità, la non comune libertà interiore, e poi l’amore per gli studi volti non ad un fine materiale ma che diventano passione e ragione di una vita, l’altezza della mente, la volontà indomita di "volare alto".
Ricordiamoci che Martinetti e Giorda erano certamente, agli occhi di una parte almeno dei loro contemporanei, due perdenti: l’uno di fatto un "confinato", che aveva perso ogni gloria e ogni riconoscimento, l’altro una persona impossibilitata a muoversi autonomamente, costretta a vivere in un ambiente ristretto, a dipendere dagli altri per ogni esigenza della vita quotidiana. Eppure queste due persone, proprio con le loro vite segnate dalle difficoltà, sicuramente "diverse" agli occhi di molti loro contemporanei, ci parlano e ci sanno essere di insegnamento a distanza di molti decenni. Ci appaiono oggi come due giganti morali che hanno avuto l’immensa fortuna di trovarsi e di riconoscersi in quel decennio fatidico che furono gli anni trenta del secolo scorso.
Il loro legame ci insegna innanzitutto che l’amicizia illumina la vita. La illumina quando è amicizia vera, profonda, non legata a fatti esteriori, come la comune appartenenza a un ceto o ad una professione, ma quando è amicizia che nasce da affinità spirituali, da un comune sentire.
E poi che si può "volare alto", sempre, anche quando le condizioni esterne lottano contro di noi: confinate per ragioni diverse in un ambito ristretto, in anni di degrado morale e politico per l’Italia, due persone meravigliose sono riuscire a volare altissimo.
La loro amicizia è stata l’incontro di due persone che "hanno netta, chiara e profonda la ragione delle cose e della vita anche nelle più delicate sfumature". Sono parole che Giorda dedica a Martinetti nella sua biografia e sono quelle che meglio possono descrivere il significato profondo del loro legame.
Da cosa era nata questa amicizia, su cosa si fondava? Certamente non si fondava su un comune percorso, su amicizie comuni o su similitudini esteriori. Il legame fra questi due uomini colpisce e affascina proprio perché parte da grandi diversità: anagrafiche, di percorso personale, di posizione di fronte al mondo.
Anagrafiche, innanzitutto: Martinetti era nato nel 1872, Giorda era nato nel 1892 (l’anno successivo alla nascita di Giorda il ventunenne Martinetti si laureava all’Università di Torino). Li separavano vent’anni esatti, escludendo quindi una di quelle amicizie citate da Martinetti nel "Breviario spirituale", quelle che accompagnano una vita intera, che crescono e si approfondiscono con gli anni.
Quanto alla formazione e al percorso, di Martinetti conosciamo lo splendido cursus honorum: l’iniziale formazione ad Ivrea, dove consegue la licenza d’onore al Regio Ginnasio-Liceo Carlo Botta; il periodo a Torino, dove si Laurea in filosofia nel 1893, con una tesi sul Sistema Samkhya che gli vale il prestigioso premio Gautieri dell’Accademia delle Scienze; gli intensi anni successivi alla laurea, con la specializzazione a Lipsia nel biennio 1893-94, la libera docenza ottenuta nel 1904, la cattedra di filosofia teoretica vinta all’Accademia di Scienze e Lettere di Milano (poi Università di Milano) nel 1907, la direzione della Rivista italiana di filosofia, i molti viaggi in Europa che fanno di lui uno dei pochi filosofi italiani veramente cosmopoliti di quegli anni.
E poi l’imponente produzione scientifica: Introduzione alla metafisica, L’Etica di Spinoza, Antologia kantiana, Saggi e discorsi, La libertà (inclusa ora fra "I 150 libri che hanno fatto l’Italia"), Gesù Cristo e il Cristianesimo, Ragione e fede, per citare solo alcuni suoi scritti.
Quando si ritira a Spineto nella primavera del 1932, dopo aver rifiutato di prestare giuramento al partito fascista, Martinetti è un uomo "la cui fama nella cittadella della filosofia è altissima", come ebbe più tardi a scrivere Bobbio.
Michelangelo Giorda, dal canto suo, non ancora diciottenne aveva visto sfumare ogni possibilità di proseguire quel percorso di conoscenza, iniziato al Liceo Botta di Ivrea, che certamente, grazie alle sue doti e alle sue straordinarie capacità, l’avrebbe portato lontano. Il tragico incidente del luglio 1910, costringendolo per sempre su una sedia a rotelle, lo aveva privato dell’indipendenza fisica e dell’accesso autonomo al mondo esterno.
Queste le diversità esteriori, quelle che sicuramente vedevano gli altri. Ma Giorda e Martinetti non erano uomini per i quali le differenze esteriori contassero, erano uomini per i quali ciò che conta è lo spirito.
Martinetti aveva conosciuto Giorda prima del ‘32, aveva saputo dell’incidente occorsogli ed era entrato presto in contatto con quel giovane noto per la sua forza di volontà e la sua determinazione. Sicuramente l’iniziale rapporto fra il filosofo e il giovane assetato di conoscenza nacque in quegli anni.
Ma fu successivamente, a partire dal ’32, che il rapporto docente-discepolo si trasformò in amicizia vera e profonda. Nel ’32 Martinetti ha 60 anni, Giorda 40, e, fra il filosofo che sin dalle pagine dei Diari giovanili dimostra una straordinaria sensibilità per "l’universo che trabocca di dolore" e l’uomo che al dolore non ha ceduto, inizia da quel momento una frequentazione costante, che terminerà solo con la malattia e la morte di Martinetti, avvenuta nel 1943. Martinetti almeno una volta alla settimana, ma spesso anche più frequentemente, si recava a trovare l’amico a Crosa, nella bella casa sulla collina a mezz’ora a piedi da casa Martinetti, e trascorreva lunghe ore con lui.
Sappiamo da Massimo Mila che Martinetti "impartiva a Giorda lezioni di tutto l’universo scibile". Lo introdusse alla conoscenza del sanscrito e della storia delle religioni, della filosofia e in particolare del pensiero orientale.
Sicuramente gli instillò un "metodo", fatto di rigore scientifico e di costante approfondimento, che ritroviamo nelle successive opere di Giorda. Le lezioni erano arricchite dai testi che Martinetti portava all’amico attingendo alla sua ricchissima biblioteca personale, la più grande biblioteca filosofica privata che ci fosse in Italia, la "cittadella dei libri", come la chiamava Nina Ruffini. E Giorda, è sempre Mila a riferircelo, registrava tutto "in certi quaderni di calligrafia minuta e chiarissima".
Martinetti amava moltissimo insegnare e amava gli allievi brillanti: possiamo immaginare cosa debba avere significato per lui trovare nell’esilio spinetese un uomo come Giorda, intelligentissimo e avido di conoscenza. Per Giorda, d’altro canto, chiuso nel suo eremo di Crosa, possiamo immaginare quale apertura sul mondo, quale "respiro" abbia potuto rappresentare un Maestro come Martinetti.
Fra i due "esiliati" per motivi diversi in questo angolo bellissimo di Canavese si crea un rapporto che va ben oltre il rapporto fra maestro e discepolo.
Emergono così quelle "affinità elettive" che superano ogni possibile differenza: li accomuna la grande nobiltà d’animo, la sorprendente tenacia, l’immensa dignità, la non comune libertà interiore, e poi l’amore per gli studi volti non ad un fine materiale ma che diventano passione e ragione di una vita, l’altezza della mente, la volontà indomita di "volare alto".
Ricordiamoci che Martinetti e Giorda erano certamente, agli occhi di una parte almeno dei loro contemporanei, due perdenti: l’uno di fatto un "confinato", che aveva perso ogni gloria e ogni riconoscimento, l’altro una persona impossibilitata a muoversi autonomamente, costretta a vivere in un ambiente ristretto, a dipendere dagli altri per ogni esigenza della vita quotidiana. Eppure queste due persone, proprio con le loro vite segnate dalle difficoltà, sicuramente "diverse" agli occhi di molti loro contemporanei, ci parlano e ci sanno essere di insegnamento a distanza di molti decenni. Ci appaiono oggi come due giganti morali che hanno avuto l’immensa fortuna di trovarsi e di riconoscersi in quel decennio fatidico che furono gli anni trenta del secolo scorso.
Il loro legame ci insegna innanzitutto che l’amicizia illumina la vita. La illumina quando è amicizia vera, profonda, non legata a fatti esteriori, come la comune appartenenza a un ceto o ad una professione, ma quando è amicizia che nasce da affinità spirituali, da un comune sentire.
E poi che si può "volare alto", sempre, anche quando le condizioni esterne lottano contro di noi: confinate per ragioni diverse in un ambito ristretto, in anni di degrado morale e politico per l’Italia, due persone meravigliose sono riuscire a volare altissimo.
La loro amicizia è stata l’incontro di due persone che "hanno netta, chiara e profonda la ragione delle cose e della vita anche nelle più delicate sfumature". Sono parole che Giorda dedica a Martinetti nella sua biografia e sono quelle che meglio possono descrivere il significato profondo del loro legame.
Indice
tradizioni
Valli di Lanzo. La leggenda del Ròc Berton
Giovanni Datta
tradizioni
Le cipolle (ed anche le cipolline) di Ivrea
Marisa Bertarione
immagini
Alta Val Soana. Alle Grange dell’Arietta
Giancarlo Sandretto
storia
Valperga, storia di due devozioni parallele.
Liberatrix Fidelium e Santa Maria de Liberatione
Paola Marotti Cavallito e Piero Vacca Cavalotto
storia
1785, 1786 e 1787. La nota de’ banditi
a cura di Giancarlo Sandretto
storia
Un protagonista del Risorgimento.
Vincenzo Robaudi, generale e musico di San Benigno
Marco Notario
documenti
Documenti sulla Resistenza. Cartamoneta partigiana e buono requisizione
Flavio Chiarottino
tradizioni
Michelangelo Giorda e Piero Martinetti
Maria Cristina Fenoglio Gaddò
storia
La guerra contro l’Austria-Ungheria del 1859.
La linea fortificata della Dora Baltea e la difesa del Canavese
Fabrizio Dassano
storia
Le Esposizioni a Torino del 1911.
Un’indimenticabile gita delle operaie di San Maurizio
Giuseppe Balma-Mion
storia
L’antica strada romana per la Valle dell’Orco. La cappella di San Giuseppe a Campore
Giovanni Bertotti
storia
Il bersagliere Francesco Costantino di Favria.
Il Risorgimento visto con gli occhi di un canavesano
Giorgio Cortese
ricordi
La vecchia quercia. Ricordo su Giuseppe Casale di Brandizzo
Marianna Sasanelli
storia
Emanuele Filiberto di Savoia. Il primo contatto con Ivrea
Savino Giglio Tos
arte
Montanaro. Nuove indagini sulla storia dell’arte
Ilaria Bordignon
storia
Giacomo Molinario di Vidracco. Un canavesano a Mosca
Federico Molinario
storia
I Pinelli di Cuorgné. Una famiglia canavesana nel Risorgimento italiano
Milo Julini
immagini
Valli di Lanzo. Sulla Bessanese
Marco Fassero
tradizioni
Storie di emigranti. I canavesani di Calumet, Michigan
Franco Miglio
tradizioni
Arti e mestieri ad inizio Novecento nel Mandamento di Vico Canavese
a cura di Domenico Vallosio
ricordi
Inverno del 1959. Tragedia del lavoro a Ceresole Reale
Aleardo Fioccone
storia
Bernardino Drovetti. Dal Canavese all’Egitto
Valeria Regondi e Salvatore Vacca
libri
Onorina voleva l’America. Dalla Valchiusella a New York
Debora Bocchiardo
storia
Dall’Aspromonte al forte di Bard. 500 prigionieri garibaldini in Canavese
Emilio Champagne
tradizioni
Vittorio Jano (1891 - 1965). Uno straordinario progettista di San Giorgio
Maurizio Gerotto
storia
Il colera in Canavese
Maria Jose Ragona
storia
Giuseppe Cresto e Vittorio Ortore
Due antifascisti, da Pont alla guerra civile di Spagna (1936 - 1939)
Gianpaolo Giordana
documenti
Castellamonte. Immagini di inizio Novecento
Emilio Champagne e Attilio Perotti
storia
Giuseppe Cavaglià di Vische. Una vita in fondo al mare
Teresina Bussetti
arte
Pombia e Briga Novarese. I luoghi da cui è venuto Arduino
Aldo Moretto
ricordi
Vincenzo Garavetti. Il maestro del Caudano
Franca Bertarione
ricordi
Storie di emigranti. Elisa Bonacina, la mia nonna
Marialisa Vola Gera
storia
Note di vita partigiana in Canavese
Flavio Chiarottino
Valli di Lanzo. La leggenda del Ròc Berton
Giovanni Datta
tradizioni
Le cipolle (ed anche le cipolline) di Ivrea
Marisa Bertarione
immagini
Alta Val Soana. Alle Grange dell’Arietta
Giancarlo Sandretto
storia
Valperga, storia di due devozioni parallele.
Liberatrix Fidelium e Santa Maria de Liberatione
Paola Marotti Cavallito e Piero Vacca Cavalotto
storia
1785, 1786 e 1787. La nota de’ banditi
a cura di Giancarlo Sandretto
storia
Un protagonista del Risorgimento.
Vincenzo Robaudi, generale e musico di San Benigno
Marco Notario
documenti
Documenti sulla Resistenza. Cartamoneta partigiana e buono requisizione
Flavio Chiarottino
tradizioni
Michelangelo Giorda e Piero Martinetti
Maria Cristina Fenoglio Gaddò
storia
La guerra contro l’Austria-Ungheria del 1859.
La linea fortificata della Dora Baltea e la difesa del Canavese
Fabrizio Dassano
storia
Le Esposizioni a Torino del 1911.
Un’indimenticabile gita delle operaie di San Maurizio
Giuseppe Balma-Mion
storia
L’antica strada romana per la Valle dell’Orco. La cappella di San Giuseppe a Campore
Giovanni Bertotti
storia
Il bersagliere Francesco Costantino di Favria.
Il Risorgimento visto con gli occhi di un canavesano
Giorgio Cortese
ricordi
La vecchia quercia. Ricordo su Giuseppe Casale di Brandizzo
Marianna Sasanelli
storia
Emanuele Filiberto di Savoia. Il primo contatto con Ivrea
Savino Giglio Tos
arte
Montanaro. Nuove indagini sulla storia dell’arte
Ilaria Bordignon
storia
Giacomo Molinario di Vidracco. Un canavesano a Mosca
Federico Molinario
storia
I Pinelli di Cuorgné. Una famiglia canavesana nel Risorgimento italiano
Milo Julini
immagini
Valli di Lanzo. Sulla Bessanese
Marco Fassero
tradizioni
Storie di emigranti. I canavesani di Calumet, Michigan
Franco Miglio
tradizioni
Arti e mestieri ad inizio Novecento nel Mandamento di Vico Canavese
a cura di Domenico Vallosio
ricordi
Inverno del 1959. Tragedia del lavoro a Ceresole Reale
Aleardo Fioccone
storia
Bernardino Drovetti. Dal Canavese all’Egitto
Valeria Regondi e Salvatore Vacca
libri
Onorina voleva l’America. Dalla Valchiusella a New York
Debora Bocchiardo
storia
Dall’Aspromonte al forte di Bard. 500 prigionieri garibaldini in Canavese
Emilio Champagne
tradizioni
Vittorio Jano (1891 - 1965). Uno straordinario progettista di San Giorgio
Maurizio Gerotto
storia
Il colera in Canavese
Maria Jose Ragona
storia
Giuseppe Cresto e Vittorio Ortore
Due antifascisti, da Pont alla guerra civile di Spagna (1936 - 1939)
Gianpaolo Giordana
documenti
Castellamonte. Immagini di inizio Novecento
Emilio Champagne e Attilio Perotti
storia
Giuseppe Cavaglià di Vische. Una vita in fondo al mare
Teresina Bussetti
arte
Pombia e Briga Novarese. I luoghi da cui è venuto Arduino
Aldo Moretto
ricordi
Vincenzo Garavetti. Il maestro del Caudano
Franca Bertarione
ricordi
Storie di emigranti. Elisa Bonacina, la mia nonna
Marialisa Vola Gera
storia
Note di vita partigiana in Canavese
Flavio Chiarottino
