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In ricordo di Italo Tibaldi
Aleardo Fioccone
Mercoledì 13 ottobre 2010 Italo Tibaldi ha lasciato l’incombenza del vivere all’età di 83 anni all’ospedale di Ivrea, nel quale era stato ricoverato da alcuni giorni per il riacutizzarsi del male ai polmoni di cui soffriva da oltre sei decenni, da quando aveva lasciato l’inferno del Konzentrationslager di Ebensee, in Austria Superiore, il 6 maggio 1945.
Chi lo andava a trovare a Vico, in Valchiusella, vedeva appesa all’armadio la giacca a strisce del deportato con il numero 42307, poi tutt’attorno libri, dispense, fogli volanti, riviste, giornali. Un paio di cassetti era riservato alle lettere che riceveva, tante lettere di giovani che volevano incontrarlo, di ex deportati come lui, di parenti che volevano sapere, e per ognuno c’era una risposta.
Nato a Pinerolo il 16 maggio 1927, figlio di un ufficiale di cavalleria che dopo l’8 settembre sale sulle montagne della Valle Maira e dà vita ai primi nuclei di partigiani, Italo Tibaldi viene immerso giovanissimo nel clima di guerra per bande. Diventa staffetta tenendo i collegamenti tra i partigiani che sono accampati al Norat, sopra Dronero, e Torino, dove i Tibaldi vivono in via Filadelfia. Scoperto per una spiata nel mese di gennaio 1944, il sedicenne Italo viene arrestato e portato all’albergo Nazionale, sede delle SS a Torino. Interrogato e torturato, è rinchiuso alle Nuove, poi fatto salire con altri 49 sul primo trasporto di deportati politici e razziali che parte da Torino e dal Piemonte diretto a un campo di sterminio.
Prima Mauthausen, poi il campo di Ebensee, a 22 chilometri da Linz. Qui trascorre 477 giorni con la morte accanto, psicologicamente isolato ed in balia a stati d’animo che alternano lo sconforto alla disperazione. Eppure – racconterà – oltre la recinzione vedeva «i fili d’erba, i fili della speranza», che l’aiutano a sopravvivere. Quando è liberato dalle avanguardie americane è una carcassa di 36 chili che a malapena si regge in piedi: il lavoro nei sotterranei e la denutrizione l’hanno ridotto ad uno Stuck, un pezzo con il numero addosso, i polmoni sono corrosi per sempre.
Trascorre un lungo tempo in sanatorio e nel 1949 inizia il reinserimento nella vita civile attraverso il lavoro. Con il pensiero sempre fisso al lager, agli altri scheletri come lui, ai morti e ai salvati. A metà degli anni Cinquanta si decide, inizia la ricostruzione che lo porterà a dare un nome ad almeno 40.000 prigionieri, che altrimenti sarebbero rimasti soltanto numeri: «La mia ricerca dei sopravvissuti – ricordava – è incominciata così con molta sofferenza, e senza che quasi lo volessi, si è presto allargata». Partendo da esili tracce inizia a scrivere ai superstiti per ottenere conferme, alle famiglie per avere ragguagli di un disperso, e dai famigliari riceve solleciti per sapere e ricevere notizie.
Si improvvisa ricercatore, raccoglie ed ordina. Riprende nomi e numeri di matricola, date, luoghi di partenza e di arrivo dei trasporti, confronta, integra, compone e ricompone elenchi, fa largo uso di matita e gomma, forbici e colla. Un lavoro condotto ad ampio raggio per arrivare alla sintesi più completa possibile, in tutto ciò assistito soltanto dalla sua compagna di vita, Caterina Bertarione Ravarossa. Dà alle stampe due libri: nel 1994 Compagni di viaggio, nel 2003 Giorni della memoria, entrambi carichi di nomi di prigionieri su quei transport, come si compiace di definirli, diretti ai lager nazisti.
Nel 1980 viene a vivere sulla montagna di Vico, diventandone anche sindaco e presidente della Comunità montana Valchiusella. Di Vico è nominato cittadino onorario, dal presidente Napolitano riceve il cavalierato della Repubblica, ed ha inoltre la carica di vicepresidente del Comitato Internazionale di Mauthausen oltre ad essere un esponente di primo piano dell’Aned, l’Associazione Nazionale Ex Deportati.
Nei campi del genocidio nazista Italo Tibaldi ritorna una quarantina di volte, dando a quei luoghi e a quei giorni passati in cattività una testimonianza che va oltre la sua persona, documentando storie di dolore estremo e di ricordi marchiati da una scia interminabile di morti per dare loro un senso identitario: un lavoro ciclopico e rigoroso, un’opera di memoria e d’impegno lunga un’intera vita.
Canavèis, che ha avuto Tibaldi tra i suoi collaboratori, lo saluta con rimpianto e ricorda con un sorriso Italo come il Compagno di viaggio che sempre si vorrebbe accanto.
Chi lo andava a trovare a Vico, in Valchiusella, vedeva appesa all’armadio la giacca a strisce del deportato con il numero 42307, poi tutt’attorno libri, dispense, fogli volanti, riviste, giornali. Un paio di cassetti era riservato alle lettere che riceveva, tante lettere di giovani che volevano incontrarlo, di ex deportati come lui, di parenti che volevano sapere, e per ognuno c’era una risposta.
Nato a Pinerolo il 16 maggio 1927, figlio di un ufficiale di cavalleria che dopo l’8 settembre sale sulle montagne della Valle Maira e dà vita ai primi nuclei di partigiani, Italo Tibaldi viene immerso giovanissimo nel clima di guerra per bande. Diventa staffetta tenendo i collegamenti tra i partigiani che sono accampati al Norat, sopra Dronero, e Torino, dove i Tibaldi vivono in via Filadelfia. Scoperto per una spiata nel mese di gennaio 1944, il sedicenne Italo viene arrestato e portato all’albergo Nazionale, sede delle SS a Torino. Interrogato e torturato, è rinchiuso alle Nuove, poi fatto salire con altri 49 sul primo trasporto di deportati politici e razziali che parte da Torino e dal Piemonte diretto a un campo di sterminio.
Prima Mauthausen, poi il campo di Ebensee, a 22 chilometri da Linz. Qui trascorre 477 giorni con la morte accanto, psicologicamente isolato ed in balia a stati d’animo che alternano lo sconforto alla disperazione. Eppure – racconterà – oltre la recinzione vedeva «i fili d’erba, i fili della speranza», che l’aiutano a sopravvivere. Quando è liberato dalle avanguardie americane è una carcassa di 36 chili che a malapena si regge in piedi: il lavoro nei sotterranei e la denutrizione l’hanno ridotto ad uno Stuck, un pezzo con il numero addosso, i polmoni sono corrosi per sempre.
Trascorre un lungo tempo in sanatorio e nel 1949 inizia il reinserimento nella vita civile attraverso il lavoro. Con il pensiero sempre fisso al lager, agli altri scheletri come lui, ai morti e ai salvati. A metà degli anni Cinquanta si decide, inizia la ricostruzione che lo porterà a dare un nome ad almeno 40.000 prigionieri, che altrimenti sarebbero rimasti soltanto numeri: «La mia ricerca dei sopravvissuti – ricordava – è incominciata così con molta sofferenza, e senza che quasi lo volessi, si è presto allargata». Partendo da esili tracce inizia a scrivere ai superstiti per ottenere conferme, alle famiglie per avere ragguagli di un disperso, e dai famigliari riceve solleciti per sapere e ricevere notizie.
Si improvvisa ricercatore, raccoglie ed ordina. Riprende nomi e numeri di matricola, date, luoghi di partenza e di arrivo dei trasporti, confronta, integra, compone e ricompone elenchi, fa largo uso di matita e gomma, forbici e colla. Un lavoro condotto ad ampio raggio per arrivare alla sintesi più completa possibile, in tutto ciò assistito soltanto dalla sua compagna di vita, Caterina Bertarione Ravarossa. Dà alle stampe due libri: nel 1994 Compagni di viaggio, nel 2003 Giorni della memoria, entrambi carichi di nomi di prigionieri su quei transport, come si compiace di definirli, diretti ai lager nazisti.
Nel 1980 viene a vivere sulla montagna di Vico, diventandone anche sindaco e presidente della Comunità montana Valchiusella. Di Vico è nominato cittadino onorario, dal presidente Napolitano riceve il cavalierato della Repubblica, ed ha inoltre la carica di vicepresidente del Comitato Internazionale di Mauthausen oltre ad essere un esponente di primo piano dell’Aned, l’Associazione Nazionale Ex Deportati.
Nei campi del genocidio nazista Italo Tibaldi ritorna una quarantina di volte, dando a quei luoghi e a quei giorni passati in cattività una testimonianza che va oltre la sua persona, documentando storie di dolore estremo e di ricordi marchiati da una scia interminabile di morti per dare loro un senso identitario: un lavoro ciclopico e rigoroso, un’opera di memoria e d’impegno lunga un’intera vita.
Canavèis, che ha avuto Tibaldi tra i suoi collaboratori, lo saluta con rimpianto e ricorda con un sorriso Italo come il Compagno di viaggio che sempre si vorrebbe accanto.
Indice
ricordi
In ricordo di Virgilio Aimone
Giancarlo Sandretto
ricordi
In ricordo di Italo Tibaldi
Aleardo Fioccone
natura
Il vallone del Rio Ordagna. Le miniere abbandonate di Traves
Giacomo Re Fiorentin e Gianmaria Cuniglio
arte
La Madonna con il Bambino
L’iconografia seicentesca tra Alpette, Piantonetto e Cuorgnè
Stefania Crepaldi
natura
Salendo sul Rocciamelone
Eugenio Vietti
storia
Il Santuario Monte Stella ad Ivrea
Savino Giglio Tos
immagini
Gli alpini di Sparone durante la Prima Guerra Mondiale
Elio Blessent
storia
La chiesa parrocchiale di Cuorgnè. Il bicentenario della ricostruzione
Giovanni Bertotti
tradizioni
Le antiche badie del Canavese
Lino Fogliasso
immagini
La lavandera di Frassinetto
Mauro Ronchetti
tradizioni
L’ultima badia. La Società delle Sbornie Fisse di Piantane
Lino Fogliasso
storia
La morte del primo duca d’Aosta. Il cordoglio di un capomastro sanmauriziese
Giuseppe Balma-Mion
storia
Cuorgnè, 1910. La fondazione dell’Università popolare
Mario Vaira
storia
Mandria di Chivasso, 1918-191. La formazione dell’Armata per la Nuova Polonia
Fabrizio Dassano
storia
Il raid Torino – Londra del 24 settembre 1917
La trasvolata record di Michelangelo Tonso di Montalenghe
Giuseppe Berta
tradizioni
Brandizzo, l’ultimo traghettatore sul Po. Il fiume ai tempi di Amalia Bocca
Associazione Memo
storia
1854. Giovanni Bianchetta, barbaro assassino di Salassa
Milo Julini
immagini
Cartoline d’epoca. Ingria e Ronco in Val Soana
storia
Storie d’emigranti in terra d’Argentina
Giancarlo Libert
storia
Valperga. Divagazione sul nome
Mario Pent
immagini
Viù. Le case sotto la neve
Eugenio Vietti
libri
Il Trucco di Rocca
Mauro Obert
storia
La Corte d’Assise Straordinaria di Ivrea
I processi per collaborazionismo e crimini fascisti
Emilio Champagne
storia
L’assassinio del parroco di Torrazzo di Bollengo e di altri quattro uomini
La sentenza della Corte di Ivrea
Emilio Champagne
tradizioni
Il campione del mondo Riccardo Filippi e la famiglia Clément di Banchette
Aleardo Fioccone
storia
Una grande cantante lirica Teresa Trombetta Belloc di San Giorgio
Maurizio Gerotto
tradizioni
Viaggio nel mondo della metrologia. Il piede Librando o piede Piemontese
Giancarlo Baggi
documenti
1824. Il vino guasto
Giancarlo Sandretto
storia
Montanaro. Gli antichi forni del pane
Igor Ferro
poesie
Una poesia di Pinot. Fijol ‘d Cuorgnè da mariè
Giuseppe Braida
storia
Storia postale. La lettera di Giovelline
Domenico Vallosio
storia
La suddivisione amministrativa a fine ‘800. Il mandamento di Azeglio
a cura di Oliviero Cima
storia
Varia scitu utilia. L’allevamentoa fine Settecento
Adriano Collini
tradizioni
Le ajucche
Marisa Bertarione
libri
Storie d’altri tempi. Il vin brülè
Ulderico Plemone
storia
Memorie di Resistenza.I partigiani di Rivarolo caduti nella Guerra di Liberazione
Riccardo Cerrano
tradizioni
Arti e mestieri ad inizio ‘900. Il mandamento di Pont
a cura di Domenico Vallosio
storia
I partigiani-operai della ditta Tommaso Genisio
Angelo Paviolo e Flavio Chiarottino
In ricordo di Virgilio Aimone
Giancarlo Sandretto
ricordi
In ricordo di Italo Tibaldi
Aleardo Fioccone
natura
Il vallone del Rio Ordagna. Le miniere abbandonate di Traves
Giacomo Re Fiorentin e Gianmaria Cuniglio
arte
La Madonna con il Bambino
L’iconografia seicentesca tra Alpette, Piantonetto e Cuorgnè
Stefania Crepaldi
natura
Salendo sul Rocciamelone
Eugenio Vietti
storia
Il Santuario Monte Stella ad Ivrea
Savino Giglio Tos
immagini
Gli alpini di Sparone durante la Prima Guerra Mondiale
Elio Blessent
storia
La chiesa parrocchiale di Cuorgnè. Il bicentenario della ricostruzione
Giovanni Bertotti
tradizioni
Le antiche badie del Canavese
Lino Fogliasso
immagini
La lavandera di Frassinetto
Mauro Ronchetti
tradizioni
L’ultima badia. La Società delle Sbornie Fisse di Piantane
Lino Fogliasso
storia
La morte del primo duca d’Aosta. Il cordoglio di un capomastro sanmauriziese
Giuseppe Balma-Mion
storia
Cuorgnè, 1910. La fondazione dell’Università popolare
Mario Vaira
storia
Mandria di Chivasso, 1918-191. La formazione dell’Armata per la Nuova Polonia
Fabrizio Dassano
storia
Il raid Torino – Londra del 24 settembre 1917
La trasvolata record di Michelangelo Tonso di Montalenghe
Giuseppe Berta
tradizioni
Brandizzo, l’ultimo traghettatore sul Po. Il fiume ai tempi di Amalia Bocca
Associazione Memo
storia
1854. Giovanni Bianchetta, barbaro assassino di Salassa
Milo Julini
immagini
Cartoline d’epoca. Ingria e Ronco in Val Soana
storia
Storie d’emigranti in terra d’Argentina
Giancarlo Libert
storia
Valperga. Divagazione sul nome
Mario Pent
immagini
Viù. Le case sotto la neve
Eugenio Vietti
libri
Il Trucco di Rocca
Mauro Obert
storia
La Corte d’Assise Straordinaria di Ivrea
I processi per collaborazionismo e crimini fascisti
Emilio Champagne
storia
L’assassinio del parroco di Torrazzo di Bollengo e di altri quattro uomini
La sentenza della Corte di Ivrea
Emilio Champagne
tradizioni
Il campione del mondo Riccardo Filippi e la famiglia Clément di Banchette
Aleardo Fioccone
storia
Una grande cantante lirica Teresa Trombetta Belloc di San Giorgio
Maurizio Gerotto
tradizioni
Viaggio nel mondo della metrologia. Il piede Librando o piede Piemontese
Giancarlo Baggi
documenti
1824. Il vino guasto
Giancarlo Sandretto
storia
Montanaro. Gli antichi forni del pane
Igor Ferro
poesie
Una poesia di Pinot. Fijol ‘d Cuorgnè da mariè
Giuseppe Braida
storia
Storia postale. La lettera di Giovelline
Domenico Vallosio
storia
La suddivisione amministrativa a fine ‘800. Il mandamento di Azeglio
a cura di Oliviero Cima
storia
Varia scitu utilia. L’allevamentoa fine Settecento
Adriano Collini
tradizioni
Le ajucche
Marisa Bertarione
libri
Storie d’altri tempi. Il vin brülè
Ulderico Plemone
storia
Memorie di Resistenza.I partigiani di Rivarolo caduti nella Guerra di Liberazione
Riccardo Cerrano
tradizioni
Arti e mestieri ad inizio ‘900. Il mandamento di Pont
a cura di Domenico Vallosio
storia
I partigiani-operai della ditta Tommaso Genisio
Angelo Paviolo e Flavio Chiarottino
